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Foresta di Sant'Antonio

Area di notevole importanza paesaggistica e ambientale, la foresta di Sant'Antonio si trova nel comune di Reggello, nella parte sudoccidentale della catena del Pratomagno, nel complesso forestale di Vallombrosa. Tra le curiosità, nel territorio della forestadi Sant'Antono sono disseminate varie sorgenti di acqua purissima, come le fonti di Massa Bernagia e la sorgente di Fonte al Fosso. 

Scarica la scheda dell'area in pdf!

Importante: per scaricare il file GPS bisogna cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare l'opzione "salva oggetto con nome" o "salva link con nome". Successivamente il file sarà utilizzabile sul proprio dispositivo.





SENTIERI

CARATTERISTICHE DELL'AREA

Comuni interessati Reggello
Descrizione delle caratteristiche naturalistiche-ambientali

La foresta di Sant'Antonio, collocata nel comune di Reggello, occupa la porzione sudoccidentale della catena del Pratomagno, separando i bacini del Valdarno superiore e quello del Casentino. Appartiene al complesso forestale di Vallombrosa, dal 1975 è inserita nel demanio regionale, separandosi dalla Riserva Statale di Vallombrosa. Geograficamente è delimitata a Nord dal crinale di Poggio Massa Nera (1075 m), per scendere poi lungo la dorsale, Poggio della Risala (1485 m), Poggio alla Cesta (1446 m), Croce al Cardeto (1356 m), fino al Varco di Reggello (1354 m), per continuare poi lungo il crinale di Poggio di Castelluccio (1386 m) e La Corte (1189 m). La parte meridionale della dorsale è caratterizzata da un andamento frastagliato dovuto ad un'idrografia accidentata fino a raggiungere Pian della Farnia e Case Lavana.

L'area protetta si sviluppa su una pendice a morfologia accidentata, con caratteristici ripidi pendii, balzi rocciosi e impluvi profondi che portano a valle le impetuose acque dei ruscelli montani verso il Torrente Resco. A questi devono aggiungersi i numerosi borri, tra cui quello di S. Antonio, della Rota, delle Fornaci e della Stufa.

Il territorio è inoltre ricco di varie sorgenti dalle acque purissime. Fra le principali le Fonti di Massa Bernagia e la Sorgente di Fonte al Fosso. I torrenti formano cascate suggestive e talvolta spettacolari come la Cascata di Meriggioni

La superficie è in gran parte boscata, con limitate porzioni che raggiungono le praterie di crinale.

Tutta l'area riveste una notevole importanza paesaggistica e ambientale, per l'integrità dei luoghi e la ricchezza floristica e faunistica.

Descrizione delle caratteristiche storico- territoriali

La foresta di Sant'Antonio è compresa nella catena del Pratomagno. La zona protetta si estende per 929 ettari e si snoda lungo il borgo più alto del bacino del torrente Resco ad altitudini comprese fra i 600 e i 1490 m.s.l.m. Si presenta come un'area ancora integra e naturale, con boschi di faggio, boschi misti di latifoglie e praterie sommitali. Da segnalare la presenza del lupo e, come monumento naturale, il faggione di Prato a Marcaccio (probabilmente il più grande del Pratomagno). Diversi punti panoramici offrono ampie viste sul Valdarno e sui monti del Chianti.

La quasi totalità dell'area protetta è anche Sito di importanza regionale e comunitaria "foresta di Vallombrosa e foresta di Sant'Antonio".

La foresta di S.Antonio non ha una storia ben definita alla quale si può fare riferimento in modo esclusivo. Una prima porzione di terreni, fra quelli che oggi ne fanno parte, insieme ai terreni della foresta di Vallombrosa furono donati, intorno all'anno 1000, da famiglie nobili, fra cui i conti Guidi, gli Adimari e dal monastero di S.Ilario a Fiano (S.Ellero, Reggello), ai monaci di Vallombrosa. Questi, con Giovanni Gualberto, fondarono a Vallombrosa nel 1039 l'ordine monastico dei monaci benedettini. Pertanto le vicende selvicolturali e storiche di questa foresta hanno seguito quelle del complesso più ampio a cui apparteneva: la foresta di Vallombrosa, gestita dai monaci. Questi terreni complessivamente erano composti da "cerri ed altri alberi" e di "terre faggiate" come si può dedurre dall'atto di donazione fatto dalla badessa di S.Ilario ai monaci vallombrosani.

Nel 1586 fu realizzato, proprio dai monaci, un primo catasto forestale dal quale si possono ricavare informazioni più precise su quella parte di terreni che andranno in seguito a formare la foresta di "S.Antonio". I querceti sono descritti come formazioni miste di cerro e roverella insieme a castagni, frassini e carpini e nelle zone più alte il faggio. Sicuramente la diffusione del castagno era notevole, data la sua importanza per l'alimentazione umana e gli animali; il suo governo a ceduo garantiva inoltre la paleria per il sostegno delle viti. Il faggio, sopra i 1000 metri, formava faggete pure, presumibilmente non così dense ed uniformi come le attuali, considerato l'intenso allevamento di bestiame di quel tempo e la necessità di poter disporre di ampie radure per la coltivazione di patate, segale e grano.

L'abete non aveva una grande espansione, ma quando nella seconda metà del 600 questo legname diventò oggetto di un importante commercio, i monaci iniziarono ad estenderne la coltivazione, soprattutto nella zona a nord della foresta di Vallombrosa.

La sezione di S.Antonio, dove predominavano le latifoglie, fu trascurata e i boschi di faggio dimenticati probabilmente anche per la proibizione del granduca di Toscana di "tagliare nel miglio dentro il crine dei monti". Quando nel 1789 il granduca ordina il censimento di tutti i beni di proprietà dei conventi, quelli forestali di proprietà dell'abbazia di Vallombrosa, compreso il luogo detto le Balze di S.Antonio, di circa 198 ha, assommavano a 840 ettari.

Nel 1860 la Toscana è annessa al Regno di Sardegna e con l'applicazione delle leggi sabaude le proprietà dei monaci vallombrosani, compresa la foresta, vengono trasferite alla Direzione Generale del Demanio con la creazione dei primi demani forestali, dichiarati poi inalienabili. Sono di questo periodo gli interventi di miglioramento che favorirono le fustaie di abete bianco e contemporaneamente l'introduzione dell'abete rosso, del larice, del pino silvestre e laricio.

La prima e la seconda guerra mondiale, con la forte richiesta di legname, furono la causa dei continui tagli a raso realizzati nella foresta che interessarono soprattutto le abetine, ma anche le faggete ed i castagneti. 

Dopo le distruzioni causate dalle guerre, negli anni 43/44 due violenti incendi distrussero quasi completamente 154 ha di boschi di cedui di faggio della sezione di S.Antonio. I successivi rimboschimenti favorirono l'aumento di boschi artificiali di conifere a scapito delle formazioni autoctone di latifoglie.

In questa situazione colturale la foresta di S.Antonio si è distinta maggiormente per aver mantenuto una selvicoltura più naturalistica, formata da circa 198 ettari di cedui di faggio, facenti parte dell'antica proprietà demaniale, piu 770 ettari di altri boschi cedui e cespugliati acquistati dallo stato negli anni 60, per un totale di 975 ettari. 

Nel 1975 l'intera foresta di S.Antonio, di 1059 ettari, viene consegnata dallo Stato alla Regione Toscana, separandosi definitivamente dalla foresta di Vallombrosa e diventando foresta demaniale regionale. Nel 1977 viene nuovamente trasferita alla Comunità Montana del Pratomagno, ente locale, con compiti di valorizzazione e gestione del patrimonio demaniale regionale, poi alla Comunità Montana della Montagna Fiorentina e infine alla Unione dei Comuni della Montagna Fiorentina.

Nel 1997 il Comune di Reggello istituisce l'ANPIL della Foresta di Sant'Antonio, e da allora effettua interventi di miglioramento per la fruizione didattica e turistica, e promuove iniziative di educazione ambientale e di conoscenza della montagna.

Geologia

Il territorio è caratterizzato da una elevata omogeneità geologica con arenarie, riferibili al periodo Oligo-Miocene, che fanno parte dell'Unità Cervarola Falterona (conosciuta come Macigno) che affiora nell'area del Pratomagno.

Il substrato geologico è pertanto dominato dalla formazione dell'Oligocene, costituito da notevoli banchi di arenaria compatta, intercalati da rari strati scistosi. A Sud della foresta i banchi di arenaria costituiscono i tipici balzi di roccia i cui detriti formano in parte suoli pietrosi.

L'area è mappata nella Carta Geologica della Toscana 1:10.000, sezioni:

 

Flora e vegetazione

Grazie alla particolare conformazione orografica di questi monti si vengono a creare una serie di condizioni edafiche capaci di ospitare una notevole biodiversità, spesso di grande interesse naturalistico. I boschi delle quote più alte sono formati da estese faggete, governate attualmente a fustaia. 

Al di sotto della faggeta, si trova il castagno, mentre, qualora le condizioni geopedologiche cambiano, si insediano il cerro e l’acero. Scendendo ancora di quota incontriamo i boschi di latifoglie decidue fino ad arrivare poi alle coltivazioni dell’olivo. Nei versanti più assolati ed aridi predominano i boschi di roverella, mentre lungo i fossi compaiono gli ontani ed isalici. Laddove il terreno diventa roccioso e scosceso, troviamo il carpino nero. 

Negli ambienti degradati si trovano arbusti di ginepro, erica e ginestra dei carbonai. Nella foresta sono segnalati anche sporadici alberi di rovere e tasso. Nelle zone di Massa Bernagia, Massa Nera e Macinaia, a causa del degrado portato dai numerosi incendi, sono stati compiuti rimboschimenti a douglasia, pino nero, abete bianco e abete rosso. Le praterie sommitali, caratterizzate da cespugli dibrugo, rosa selvatica, ginestra dei carbonai, offrono in primavera una bella fioritura di Viola eugeniae, pianta endemica dell’Appennino centrale. Altre specie prative di particolare interesse sono: una piccola graminacea (Poa bulbosafo vivipara) i cui semi germinano sulla pianta, la peverina a foglie strette, che forma delle larghe chiazze di fiori bianchi ed il poco appariscente Nardus stricta che, invadendo la prateria, limita l’estensione delle aree utilizzabili per il pascoloa causa delle sue foglie pungenti. 

La flora della faggeta è rappresentata dal giglio martagone, dalla digitale appenninica, dal billero comune, dalla Murbeckiella zanonii e dal fiordaliso appenninico. Nei boschi termofili di castagno o di cerro, frassino, carpino nero e acero montano, oltre ai cespugli di olivella e Doronicum columnae compaiono altre piante interessanti come: l’erba nocca, l’erba polmonaria, l’erba grassa o borracina ed il Phyteuma scorzone rifolium.

Tra le specie protette dalla L.R. 56/2000 sono presenti l’arisario cordato, il garofanino di prato e l’orchidea sambucina. Fra le piante da non raccogliere per la loro tossicità: erba morella e l’elleboro bianco.

Fauna

La ricchezza di ambienti ecologicamente diversi ha favorito la presenza di una fauna varia ed abbondante.

Fra gli ungulati si trovano i caprioli (Capreolus capreolus), i daini (Dama dama) che si spostano dalla Riserva Naturale di Vallombrosa, ed i cinghiali (Sus scrofa). Altrettanto interessanti sono i "mammiferi minori" come la lepre comune (Lepus europaeus), il tasso (Meles meles), il ghiro (Glis glis), l'istrice (Sciurus vulgaris), la faina (Martes foina) e la volpe (Vulpes vulpes).

Tra i pipistrelli risultano presenti il vespertilio maggiore (Myotis myotis), il rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros) ed il rinolofo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum).

L'avifauna di questi luoghi si differenzia spesso per ambienti, tanto che nelle praterie di crinali nidificano l'averla piccola (Lanius collurio), l'allodola (Alauda arvensis), il codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros), il culbianco (Oenanthe oenanthe) e la passera scopaiola (Prunella modularis).

Negli arbusteti nidificano lo strillozzo (Emberiza calandra), la tottavilla (Lullula arborea) oltre a vari silvidi, tra cui la sterpazzola (Sylvia communis), la sterpazzolina (Sylvia cantillans) e la magnanina (Sylvia undata). 

Tra le rupi sono state segnalate le nidificazioni dello zigolo muciatto (Emberiza cia) e del codirossone (Monticola saxatilis), specie rare in Toscana.

Nella foresta di latifoglie decidue sono presenti il picchio rosso maggiore (Dendrocopus major), il picchio verde (Picus viridis) e il picchio rosso minore (Dendrocopos minor), il merlo (Turdus merula), la ghiandaia (Garrulus glandarius) oltre a molte specie meno evidenti.

Nella foresta di conifere possiamo incontrare il rampichino alpestre (Certhia familiaris), il regolo (Regulus regulus), ed il tordo bottaccio (Turdus philomelos). 

Tra i rapaci si annoverano il gheppio (Falco tinnunculus), la piana (Buteo buteo), lo sparviere (Accipiter nisus), il barbagianni (Tyto alba), la civetta (Athene noctua), il gufo comune (Asio otus), l'allocco (Strix aluco).

Tra gli anfibi si nota la salamandra pezzata (Salamandra salamandra), l'ululone a ventre giallo (Bobina variegata pachypus) ed il rospo comune (Bufo bufo).

Fra i rettili si rinvengono numerose specie di ofidi tra cui la biscia dal collare (Natrix natrix), il saettone (Elaphe longissima), il biacco (Coluber viridiflavus) e la vipera comune (Vipera aspis). 

Ricchissima l'entomofauna fra cui sono da ricordare due endemismi: una farfalla dalle ali color bruno chiaro (Eriogaster catax) e un coleottero (Duvalius vallombrosus).

Tra i grandi predatori, scomparsi l'orso bruno (Ursus arctos), che peraltro si trova nello stemma del Comune di Reggello, e la lince (Lynx lynx), è da segnalare la presenza del lupo appenninico (Canis lupus).

Curiosità e Leggende

Si narra che la statua di Sant'Antonio, oggi conservata nell'Abbazia di Vallombrosa, sia stata scolpita nel tronco di un grosso pero che si era seccato in un campo. Il legno fu considerato miracoloso perchè messo ad ardere nel camino non bruciava. Tuttavia ogni volta che veniva allontanato dal fuoco, la mattina seguente veniva ritrovato di nuovo vicino al camino. Per custodire la statua di Sant'Antonio nel paese fu costruita una cappella. 

Quando la zona restò disabitata e la cappella sconsacrata, la statua fu trasferita a Vallombrosa dove è tuttora conservata.

 

Si narra ancora che Dante Alighieri abbia percorso un antico tracciato della foresta di Sant'Antonio che si collegava alla Cassia vetus, oggi via dei Sette Ponti, per giungere nella sottostante Piana di Poppi, nel famoso scontro tra Guelfi e Ghibellini di Campaldino, alla quale prese parte nelle file della cavalleria.

Dante ne parla nel Purgatorio (v. 115), quando Buonconte da Montefeltro, che comandava gli Aretini, racconta che "forato nella gola", arrivò sulle rive dell'Arno, che in quella zona è un fiumicello, e lì spirò. Dante aggiunge questa descrizione della tempesta che seguì la morte di Buonconte e disperse il suo corpo in Arno:



Indi la valle, come 'l dì fu spento


Da Pratomagno al gran giogo coperse


Di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento


Sì, che 'l pregno aere in acqua si converse.


La pioggia cadde; ed a' fossati venne


Di lei ciò, che la terra non sofferse:


E come a' rivi grandi si convenne,


ver lo fiume real tanto veloce


Si ruinò, che nulla la ritenne.

Una curiosità: nella "Guida alle acque minerali d'Italia" di William Paget Jervis (Loescher, Torino, 1868) viene citata l'acqua acidula marziale di Pontifogno:

"Sul pendio occidentale del Monte Prato Magno e nel comune di Reggello (Firenze), a chilometri tre dal paese, riscontrasi questa polla a destra del torrente Resco Cascese, nel Val d'Arno superiore. Dista dalla stazione di Figline sulla strada ferrata Firenze-Napoli, circa 10 chilometri.

Caratteri fisici. Sottomessa all'esame termometrico segnò 18° e 18,5° essendo la temperatura dell'ambiente relativamente di 23° e 25°; è quindi sorgente fredda. Essa ha l'apparenza trasparente, limpida, incolora, nulla ha d'odore, il sapore è agretto-piccante deciso, assai gustoso. Vendesi nelle diverse città vicine".

Links

Informazioni sull'area protetta

Associazioni che operano nella ANPIL 

Guide, letture consigliate e cartografia

Guide sull'area protetta

  • Le aree naturali protette... tra natura e storia (DVD), A cura dell'ufficio Ambiente del Comune di Reggello, 2008.
  • Guida delle aree protette e biodiversità sul territorio della Provincia di Firenze, a cura di Bettini G, Gargani B., Diple Edizioni, 2006, 129 pp.
  • La Foresta di Sant'Antonio - aspetti faunistici ed ecologici, Oliva G., 2004, Ed. Unigraphics, Montevarchi, 112 pp.

Documenti storici:

 


Cartoguida escursionistica del Comune di Reggello, a cura di Studio Biosfera, 2008. Ed. Comune di Reggello, Ufficio Ambiente, 210 pp. Contiene tre carte escursionistiche a colori in scala 1:10000 delle tre aree protette presenti sul territorio comunale: la Riserva Naturale Statale di Vallombrosa e le due ANPIL Foresta di Sant'Antonio e Le Balze.
Le carte riportano i sentieri descritti nella Guida ed anche tutti i sentieri CAI.

Disponibile gratuitamente presso l'Ufficio Ambiente del Comune di Reggello e consultabile sul sito delle Aree Naturali Protette del Comune di Reggello e sul sito del Sistema Informativo Territoriale del Comune di Reggello.

Punti di accesso

Si accede all'area da Reggello o da Pontassieve, raggiungibili percorrendo l'autostrada A1 con uscita Incisa Valdarno. Dal Casentino si raggiunge Vallombrosa e da qui Reggello. Una volta a Reggello, si segue sino a Pontifogno e poi a Acqua Rossa, dove è possibile lasciare l'auto e dove partono alcuni sentieri verso la foresta.

Le stazioni ferroviarie più vicine sono quelle di Rignano-Reggello, Sant'Ellero e quella di Figline Valdarno, sulla tratta Roma-Firenze.

Sentieri presenti nell’area

La foresta è attraversata da 18 km di sentieri segnalati, che si collegano ad itinerari ancor più estesi, sia verso Vallombrosa, che verso la cima del Pratomagno o la valle del Casentino. 

Tutti i sentieri sono segnalati dagli enti locali e dal CAI

Nell'area esistono cinque aree attrezzate, dove è possibile essere accompagnati da Guide Ambientali.

Intorno alla Capanna delle Guardie si sviluppa un percorso didattico-sensoriale lungo 300m, detto "Percorso delle Abilità naturali" fruibile anche da disabili e con accesso agevolato anche al punto panoramico. 

Il percorso, dotato di pannelli con mappe tattili, attraversa aree coperte da muschi e licheni, riconoscibili alla percezione tattile ed olfattiva.

Si segnala inoltre un altro sentiero didattico attrezzato di circa 1,5 Km da Croce al Cardeto alla Capanna delle Guardie, ideale per scolaresche e per famiglie con bambini.

Info e contatti

La ANPIL è dotata di un laboratorio didattico, situato all'interno del fabbricato demaniale "Capanna delle Guardie", a quota 1347 metri s.l.m. all'interno della parte "alta" della Foresta.

Tutte le strutture del laboratorio sono alimentate con l'energia elettrica ricavata dal sole attraverso la trasformazione fotovoltaica e l'accumulo in batterie.

Il laboratorio è dotato di computer collegato a telecamere esterne che captano il passaggio degli animali nel bosco, e di ricevitori e trasmettitori in grado di convertire gli ultrasuoni emessi da insetti e pipistralli in suoni udibili. Il laboratorio è attrezzato anche di stereomicroscopi per osservare i dettagli del materiale raccolto, di un improntario per raccogliere e riconoscere le impronte lasciate sul terreno dagli animali, ed infine di una bacheca sensoriale per osservare ed imparare le principali specie di uccelli e di alberi.

Accanto al Laboratorio è presente il Sentiero Didattico Attrezzato relativo alla conoscenza degli ambienti della foresta che costituisce condizione ideale per l'organizzazione delle proposte didattico-educative inerenti le diverse tematiche della sostenibilità ambientale.

All'interno della Capanna delle Guardie, adiancente al locale adibito a laboratorio, è presente un ulteriore spazio più ampio ad uso bivacco escursionistico, eventualmente utile per ospitare i ragazzi in caso di maltempo.

 

Il Laboratorio Didattico è raggiungibile dalla località Croce al Cardeto, percorrendo a piedi un tratto di pista forestale (circa 1,5 km) dove il traffico dei veicoli è interdetto (Complesso Forestale del Demanio Regionale). Croce al Cardeto è raggiungibile con gli autobus dalla strada panoramica sterrata proveniente dal Monte Secchieta.

 

Nella ANPIL è in corso di recupero la struttura "Casa di S.Antonio" come foresteria; inoltre è previsto il recupero della ex-colonia di Ponte ad Enna per la realizzazione di un Centro Visite.

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